Fosdondo – Correggio, 30 novembre 2019

Bookare v. tr. [dall’inglese to book «prenotare»] – Nell’industria musicale, l’atto di fissare una data.

Ogni serata è sempre un unicum, a prescindere dalla musica, sia essa o meno improvvisata. Ruotano le mura, il pubblico e gli umori, e tutte queste cose sono date dal caso. Potremmo anche immaginarci i Nirvana nell’89, ma più di chi c’era davvero, noi non lo sapremo mai.
Bookati! è una rubrica che racconta uno, e uno solo, degli infiniti mondi possibili fra tutti quelli immaginabili, quello di uno che la musica la vive da dentro, a voi che forse fate lo stesso.

Paranoica_1 // TUBAX

Il mondo come lo conoscete sta per estinguersi, quello che avete letto sui libri non conta più niente; per la prima volta, l’umanità si trova davanti a un bivio: l’estinzione o il superspazio?

Il bello è che non serve nemmeno rispondere, La Palisse.

Le mura della fabbrica si sono aperte nel 1968 ed ora il mondo è la fabbrica, le nostre case, il nostro intimo. Come quell’uomo che ci guardava da lontano all’uscita della scuola, i mezzi di produzione si sono impossessati delle nostre menti. Possiamo produrre ovunque ed in qualunque momento, eppure “potere” è un verbo inadatto a descrivere il nostro agire potenziale; è meglio dire “dovere”, ovunque ed in qualunque momento. La tecnica non si è comportata come il nostro primo fidanzatino, ma come quell’uomo che all’uscita della scuola ci guardava da lontano.

I Tubax sono tre umanoidi augmentati da macchina frutti di uno stupro tecnico, producono musica laser e modificano l’ambiente attraverso distorsioni dinamiche ed elettriche, terze dimensioni e luci led sincopate; sono mediati da un vocoder, un moog, una batteria ed un basso elettrico altamente manipolati e flettono verso l’esterno non solo del loro organismo, ma dall’intero sistema solare.

In fra luci colorate l’iperspazio si materializza davanti a noi come un nuovo campo di contingenza materica. Che si fotta il Sole! La notte si può vivere anche senza, così, anche nelle profondità del Cosmo, la tecnologia sarà il nostro araldo di luce.

Le basse frequenze ci muovono permeando le nostre casse toraciche in funzione di un nuovo respiro, la dancefloor ci attira come falene ai fuochi fatui della post-modernità, intanto ci diamo totalmente ad un nuovo ritmo macchinico in Night Walker I-II-II, ma è il progresso stesso a rovinarci la festa e a chiedere che cazzo stiamo facendo. Anche in questo caso, la risposta è una sola – non ne abbiamo idea.

Subiamo l’ambiente ed il vortice progressivo della discoteca, mutiamo di forma il sabato sera e nemmeno ci consideriamo più umani. Se non fossimo schiavi del Sole saremmo liberi nello Spazio, nel mercato finanziario, nelle pitture rupestri fluorescenti, nelle crisi cicliche del Capitale e se potessimo essere liberi nelle astronavi trarremo il nostro essere anche da quelle; costringeremmo l’universo ai nostri piedi, svilupperemmo bisogni alieni e nuove forme di schiavitù. Produrremmo nuovi eroi, nuove giustizie, nuove paure, nuovi miti, nuovi mostri da guardare in faccia cercando di non essere inghiottiti, finendo per esserlo inevitabilmente.

Se questa storia avesse una soundtrack i matematismi melodici dei Tubax sarebbero perfetti per raccontarla; Bon Voyage a coloro che si perderanno nell’entropia, agli ordini categorici, ai corpi dei terrestri, alla singolarità del linguaggio e all’Universo stesso.

Finiscono i concerti, finisce la vita, ma ogni fine è un nuovo orizzonte, il viaggio continua dentro di noi e continua all’infinito. Così come continua la nostra serata con i Tubax nel Post-Concerto, li abbiamo intervistati e toccato con mano questo Superspazio.